Occhio al baratto

Mag 13, 2018

Occhio al baratto

 

Occhio al baratto

 

Come avevamo accennato in un articolo precedente, il Dipartimento del Tesoro ha recentemente deciso di aprire una “consultazione pubblica” per la stesura di un decreto ministeriale volto alla regolamentazione degli operatori di servizi relativi all’utilizzo delle cosiddette criptovalute.

Ma in attesa del vero e proprio decreto da parte del MEF, cosa dice la legislazione attuale sul pagamento di beni o servizi in criptovalute? L’utilizzo della moneta “fiat” (euro, dollari etc.) nella compravendita ha effetto liberatorio, libera cioè il debitore da qualsiasi rivalsa.

Ciò non si può dire della valuta virtuale (almeno non ancora), in quanto non è considerata valuta a tutti gli effetti. Quindi attualmente (e sorprendentemente) la forma giuridica che più si adatta allo scambio tra beni e valuta virtuale è il baratto (o permuta).

Ad esempio, nella prima vendita di un immobile pagato con bitcoin, che è stata fatta proprio poco meno di un mese fa, il notaio rogante ha indicato che il pagamento sarebbe avvenuto, in parte, in un momento successivo, per opera di transazioni dirette tra le parti, eventualmente riconducibili ad una forma di “baratto”. Così si è permesso alle parti di “trasformare” il corrispettivo pecuniario per la vendita immobiliare in scambio diretto di criptovalute (bitcoin in questo caso) dal wallet dell’acquirente al wallet del venditore utilizzando lo strumento giuridico della “datio in solutum” (prestazione in luogo dell’adempimento) prevista dal codice civile all’art. 1197.

Ma questo ci porta a un’altra conclusione, che si riferisce al divieto di uso del contante che vige in Italia. L’articolo 49 del D.lgs. n. 231/2007 vieta, infatti, il trasferimento di denaro contante e di titoli al portatore in Euro od in valuta estera, quando il valore oggetto di trasferimento è complessivamente superiore ad Euro 3.000. Le criptovalute, tuttavia, non essendo chiaramente collocate nello scenario economico, sfuggirebbero parzialmente alle limitazioni di cui all’art. 49, nel momento in cui si tratterebbe di operare un vero e proprio “baratto” o meglio detto “scambio” in luogo di un vero e proprio pagamento contro corrispettivo.

Nonostante l’inedita facoltà di aggirare potenzialmente i limiti d’uso nel contante, l’idea di considerare i pagamenti in cripto come “permute” sembra sarà confermata nella nuova legge. Pochi sanno infatti che la stessa bozza del decreto in via di approvazione definisce all’art. 1 lettera e) la valuta virtuale come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica e non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale; essa è utilizzata come mezzo di scambio (n.d.r. baratto) per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”. Può darsi che il decreto finale conterrà delle norme per monitorare questi “baratti” in modo che non diventino una scappatoia al limite di uso del contante, ma sta di fatto che al momento sembra proprio questo l’orientamento del Tesoro sui pagamenti in criptovaluta. Attualmente, in assenza di una specifica normativa, molti operatori preferiscono non accettare in pagamento la valuta virtuale.

Tuttavia la nostra economia è basata sul libero scambio e sulla libera concorrenza. Pertanto nonostante le incertezze, si è convinti che allo stato odierno, in Italia, per concludere una compravendita in valuta virtuale, la strada dello scambio “privato”, cioè del baratto di bitcoin da acquirente e cedente, è attualmente la migliore percorribile.

Certamente l’Azienda che opera questo tipo di vendite necessita di un’organizzazione specifica e magari un supporto legale adeguato. Ovviamente, per adesso, gli operatori che possono operare in tal senso sono pochi. E si ritiene che la metodologia non sia esente da critiche, tuttavia con l’emanazione del decreto del MEF, si suppone che sarà possibile, in un periodo relativamente vicino, migliorare tutta la normativa in argomento e rendere le compravendite in criptovalute più diffuse di quanto non siano oggi anche se, pur a piccoli passi, chi opera con criptovalute aumenta giorno dopo giorno. Bisogna però sottolineare che al momento chi fa queste transazioni lo fa solo come operazione finanziaria speculativa perchè nella logica della criptovaluta non c’è nessuno che mette in vendita un bene immobile o effettivo in bitcoin per cui chi investe non lo fa per utilizzare una moneta ma per un suo personale tornaconto finanziario.

A dimostrazione di quanto detto La quotazione di Ripple è tornata a perdere terreno, il tutto mentre la società che sta dietro la criptovaluta ha alzato il velo sui risultati del primo test pilota compiuto su XRP e sulla sua tecnologia.

Al centro della questione xRapid (che utilizza XRP per garantire pagamenti internazionali più efficienti) le cui performance sono state paragonate a quelle di altri exchange e provider. Il risultato ha chiarito ancora una volta le immense potenzialità della tecnologia di XRP e ha aperto le porte ad una nuova serie di brillanti previsioni sulla quotazione di Ripple. Quest’ultima, in piena conformità con quanto accaduto al resto del comparto criptovalute, ha vissuto un inizio di 2018 particolarmente impegnativo. Tutte le maggiori quotazioni digitali hanno perso ampio terreno e si sono allontanate dai massimi di dicembre scorso. XRP non ha fatto eccezione ma sono in molti a credere che, la cosiddetta criptovaluta delle banche, avrà ampio spazio per apprezzarsi nei mesi a venire.

Il primo test pilota su Ripple

Diverse istituzioni finanziarie hanno partecipato al citato pilot test sulla piattaforma xRapid di Ripple. Dai risultati dell’analisi sono emerse ancora una volta le innumerevoli potenzialità della suddetta tecnologia e i dati rilevati hanno mostrato un risparmio sulle transazioni compreso tra il 40% e il 70%. Tutto ciò non ha particolarmente entusiasmato la quotazione di Ripple, che al pari delle altre sue colleghe criptovalute è tornata a scambiare in rosso. I partecipanti al test, compiuto sui pagamenti tra USA e Messico, hanno notato miglioramenti anche sul fronte della velocità delle stesse transazioni, passate da una media di 2-3 giorni a circa due minuti. Delle performance neanche lontanamente paragonabili a quelle delle piattaforme e dei provider tradizionali.

Per Paul Dwyer, CEO della società di trasferimento di denaro Viamericas, ha commentato il test e ha ribadito come l’asset digitare ricoprirà un ruolo strategico nel sistema finanziario del futuro. Ripple, per dirla con le sue stesse parole, aiuterà le banche ad affrontare in modo sicuro alcune delle inefficienze strutturali oggi evidenti.

I risultati decisamente positivi di questo primo test pilota, insomma, hanno nuovamente imposto agli osservatori un nuovo e più approfondito esame sulla tecnologia dietro XRP.

Al momento della scrittura, comunque, l’analisi non pare aver particolarmente entusiasmato la quotazione di Ripple che sta scambiando con un ribasso del 5,67% su quota $0,745.

A cura della Redazione Economica di VenetoEccellenze