Lavoro part-time? Ecco il vero motivo per cui è in aumento

Gen 15, 2020

Lavoro part-time? Ecco il vero motivo per cui è in aumento

I contratti di lavoro part-time, specie quelli involontari, sono aumentati negli ultimi 10 anni. Ma cosa significa? Vediamo quale potrebbe essere la spiegazione tra la convenienza per chi assume e il lavoro nero.

Aumentano i contratti part-time in Italia, ma perché? E, soprattutto, cosa si intende quando si parla di part-time involontario?

Provo a dare una spiegazione a un fenomeno sempre in crescita nel nostro Paese.

A darci un quadro della situazione è un rapporto Censis dopo i dati Istat sulla disoccupazione in calo.

Censis mette in evidenza come negli ultimi 10 anni, dal 2007 al 2018, si siano ridotti gli occupati a tempo pieno di 867mila unità e siano aumentati del 38% i contratti di lavoro part-time.

Nei primi sei mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente questa tipologia contrattuale è aumentata di 2 punti.

Il lavoratori occupati part-time nel decennio sono cresciuti di 1,2 milioni ciò significa che a oggi un lavoratore su cinque è occupato a tempo parziale.

L’aspetto ancora più preoccupante che trasforma i risultati del rapporto in un campanello d’allarme per lo stato di salute del mercato del lavoro in Italia è l’aumento dei contratti di part-time involontario. Vediamo quale potrebbe essere una possibile spiegazione.

Il lavoratore costretto al contratto part-time: ecco perché

Quando alla parola part-time si accosta l’aggettivo involontario l’unica spiegazione è che il lavoratore sia stato costretto a scegliere questa tipologia contrattuale. Molti, specie le lavoratrici, possono essere portate a scegliere il part-time per la cura dei figli. Altri, e con buona probabilità la maggior parte, sono soggetti alla volontà del datore di lavoro e quindi per loro il part-time diventa involontario.

Per il rapporto Censis tra il 2007 e il 2018 i lavoratori per questa tipologia sono passati dal 38,3% al 64,1%, senza contare che l’incremento del tempo parziale involontario si è registrato principalmente tra i giovani per i quali sale al 71,6%.

Il datore di lavoro potrebbe spingere quindi per la stipula di un contratto a part-time che determina meno ore lavorate e quindi una retribuzione più bassa. Alla retribuzione più bassa corrisponde anche una diminuzione dei contributi versati, ma anche il TFR maturato che è proporzionato alle ore lavorative previste.

Meno contributi versati significa per il lavoratore che non abbia scelto volontariamente il part-time, una frustrazione circa il futuro e la pensione che andrà a maturare. Il lavoratore è costretto ad accettare questa condizione anche quando vorrebbe lavorare full-time in assenza di alternative valide.

Potrebbe anche accadere che sia il datore di lavoro a decidere di ridurre l’orario di lavoro del dipendente da full-time a part-time modificando il contratto. La corte di Cassazione si era espressa tempo fa con una sentenza (n. 16169/2006) in merito, affermando che in ogni caso il passaggio da full-time a part-time (e viceversa) deve avvenire con il consenso scritto del lavoratore e soprattutto non può essere una decisione unilaterale del datore di lavoro.

Un altro elemento da analizzare riguarda il lavoro supplementare che molto spesso, nel caso dei lavoratori con contratto part-time, può trasformarsi in una costante e non nell’eccezione come invece dovrebbe essere.

Il lavoro supplementare è lecito secondo la legge, ma potrebbe accadere che il lavoratore si ritrovi a coprire lo stesso monte ore del collega full-time pur avendo un contratto part-time e che questa eccezione diventi la regola. Cosa vuol dire?

Potremmo trovare la spiegazione nella volontà del datore di lavoro di ottenere dal lavoratore part-time le stesse prestazioni del full-time, ma pagandolo meno o nella peggiore delle ipotesi pagando la restante quota corrispondente alle ore lavorate in più non previste dal contratto in nero, fuori dalla busta paga.

Bisogna ricordare che il lavoro supplementare per i contratti part-time, quando è lecito, va pagato con una piccola maggiorazione.

L’ombra del lavoro nero sui contratti part-time

Come abbiamo visto finora il contratto part-time, specie quando involontario, potrebbe nascondere un lavoro supplementare non conforme alla legge.

Il part-time potrebbe anche nascondere una parte di lavoro nero quando si chiede al lavoratore parziale di coprire lo stesso orario del collega full-time con un pagamento della differenza fuori busta paga. Ma questo cosa comporta?

Innanzitutto il lavoro nero è illegale e anche corrispondere compensi al lavoratore fuori busta paga è sanzionato dalla legge.

In termini pratici significa che il lavoratore part-time lavora molte più ore, ma matura TFR, ferie, contributi, malattia e tutta un’altra serie di diritti solo sulle ore stabilite da contratto.

Il datore di lavoro ne guadagna in termini di imposte e contributi versati, ma si sottopone a un rischio derivante da eventuali controlli dell’Ispettorato del lavoro o anche dalla vertenza del dipendente. Inoltre il datore di lavoro che corrisponde denaro fuori busta al dipendente rischia:

  • una sanzione amministrativa perché ha omesso il prospetto di paga con la retribuzione (quella pagata in nero) che va da 125 a 770 euro;
  • la reclusione fino a 3 anni per non aver versato i contributi a carico del lavoratore con una multa che può arrivare a 1.032 euro;
  • il pagamento di una multa fino a 5.000 euro per aver pagato fuori busta senza tracciabilità (in nero) il dipendente.

Il datore di lavoro potrebbe anche essere poi costretto a pagare al dipendente contributi e oneri fino a quel momento omessi. Maggiori invece sono le sanzioni per il datore di lavoro che «assume» i suoi dipendenti in nero senza un contratto.

Il Direttore Generale Rete di Veneto Eccellenze